Saturday, October 29, 2011

Chi ha paura della Terza Cultura?


Do not quote without permission. A shorter version of this article has been published in the Italian newspaper IL FATTO, on Friday, October 27th 2011



La scoperta di un gruppo di neuroni premotori nel cervello dei macachi può avere ripercussioni sulla comprensione dell’altruismo? Le risposte neurologiche a stimoli "esagerati", come un occhio grande il doppio di un occhio normale, possono spiegare la natura della nostra esperienza estetica, un effetto che si chiama Peak Shift e che esiste anche nei topi? Secondo John Brockman, che lanciava più di quindici anni fa il sito EDGE (www.edge.org) in nome della Terza Cultura, sì. Una sfida difficile, dato che le scienze sociali furono fondate all’inizio del ventesimo secolo in opposizione alle scienze naturali: antropologia, linguistica, sociologia prendevano il volo affermando che le leggi che governano le relazioni di parentela, l’organizzazione della sintassi e le gerarchie sociali nulla hanno a che fare con le leggi naturali della biologia e della psicologia umane.

Dice Brockmann: “Per terza cultura intendo l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi”. Ossia quegli scienziati che non vedono un divario netto tra fatti – dominio della scienza, e interpretazioni – dominio delle humanities, ma che assemblano il sapere in modo nuovo, evitando la tentazioni riduzioniste. Da anni Brockman produce libri scritti da scienziati, artisti filosofi (tra i quali la sottoscritta!) che cercano di fare proprio così: dire cose nuove e interessanti, senza troppi pregiudizi, sul mondo e su noi stessi.

Ci prova Il Saggiatore a lanciare il dibattito in Italia con un volume collettivo, Terza cultura: idee per un futuro sostenibile, curato da Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo. Antropologi, linguisti, filosofi, giornalisti, tutti rigorosamente italiani, si cimentano con la questione dando un panorama incoraggiante anche per l’Italia di nuova apertura culturale. In qualche parola chiave: la terza cultura in Italia si imporrà grazie a Internet, un minore analfabetismo scientifico e una più grande apertura interdisciplinare e internazionale.

Ma il lettore, quando a pagina 150 ha visto ricorrere il nome di J.P. Snow un centinaio di volte, insieme a quello di Calvino e di Croce (maledetto!), comincia a provare una certa stanchezza…Dove sono le idee per un futuro sostenibile in questo elenco di lamentele sui mali italici? Qualche intervento si distingue per pragmatico ottimismo e suggerisce sul serio programmi di ricerca nuovi: per esempio, Cristina Bicchieri ci spiega come le norme sociali, tormentone di sociologi e filosofi morali, possano essere indagate empiricamente. Claudia Caffi ci accompagna in una passeggiata, dove retorica antica e linguistica contemporanea convivono felici e produttive. Il sacerdote Virginio Colmegna, in un bellissimo intervento, fa proposte concrete su come aumentare l’empatia nelle città e diminuire la percezione delle differenze e imparare a fidarsi degli altri.

A dir la verità, Brockman non aveva l’ambizione di discutere l’idea di J.P. Snow sulle due culture. Il divario culturale che la Terza Cultura doveva coprire, come mostra bene Slavoj Zizek nella polemica con Brockman: Cultural Studies vs. “Third Culture”, era quello tra una cultura scientifica sempre più specialistica e una deriva nelle humanities americane che va sotto il nome di cultural studies. E umanisti seri e scienziati seri si ritrovano da sempre alleati contro quei pastiches da parolai che hanno ammutolito la cultura umanistica e fatto affondare i dipartimenti di Humanities americani.

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